ù sont les neiges d’antan?

Che prima fosse freddo lo sapevamo, entrambi, lo sapevamo per quel brivido diverso al nostro avvicinarci. Cristallizzati nelle nostre posizioni eppur iridescenti e complessi come fiocchi di neve. Riflettevamo indietro ogni luce nel bianco neutro dell’indifferenza. Cristallizzati noi, cristallizzavamo tutto. I ricordi inglobati in celle stagne e incontaminabili. Chi fummo lo ricordi?

No, lo so, non ci era permesso lo sguardo indietro intirizziti nelle nostre statue algide.

Chi poteva immaginare la vita prima dell’era glaciale, gigante pachiderma ogni fossile sembrava. Eppure, eppure oggi, ventuno marzo eterno qualcosa si scioglie. Non trovi? Non senti? La brina si scioglie dai tuoi occhi e rivola lungo le guance colorandole appena di rosa, striandole ad ogni goccia di rosa e rimmel. Scaldiamoci ti va? Noi non fummo sempre ghiaccio. Ricordi? Ricordi. Vedi? Vedo. Vedo la prima fiamma, ricordi? Ricordi.

Tra poco ci chiederemo in fuga a Parigi “ù sont les neiges d’antan”, e invece di bianco e luce riflessa riempiremo i nostri occhi della notte salvifica. Un altro giro? Almeno fino al prossimo solstizio!

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la felicità è un’astronave calda

da sempre per me la felicità è associata al mare. al caldo.

i cocktail sulla spiaggia, al tramonto. magari tra amici. con della buona musica.

una volta si diceva ibiza, mi pare. ecco, esattamente molto ibiza.

ma anche prima, da piccolo. ricordo mia madre che ci portava i panini con la nutella per la merenda, dopo il bagno, in riva al mare. al tramonto quando la luce diventa rossa e si riflette sull’acqua in lunghe e larghe strisce dorate. i ragazzi più grandi giocavano a pallone, le ragazze cominciavano a truccarsi per la sera. i vari genitori di sessi sparsi giocavano a carte e noi facevamo la pista sulla sabbia.

perciò ecco, finalmente domani si parte per le ferie e quest’anno decido io, si va al caldo. veramente non ne posso più del capo e delle sue sfuriate, ho bisogno di una pausa. me la merito.

ho prenotato sull’habitat ricreativo “Positano X” due settimane tutto incluso. Orbita intorno a giove e ha la temperatura fissata per statuto a 30°. i suoi tramonti sulla macchia rossa sono rinomati quasi quanto le sue droghe. spiaggia finissima e oltre il 50% del cilindro è acquatico, riesce persino a fare le onde.

finalmente! dopo lunghi mesi a ghiacciarmi nei tunnel di ganimede almeno per un po’ l’unica cosa che voglio è stare al caldo e non pensare a nulla.

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La felicità è una astronave calda

Non ricordo neanche da quanto tempo sono qui. Il tempo sembra un’unica successione di cicli in questo spazio ovattato, dove l’avvicendarsi di giorno e notte è annullato. La temperatura è confortevole, forse persino troppo alta, e mentre l’astronave si muove secondo le sue rotte per me incontrollabili io galleggio privo di peso senza aver realmente nulla da fare, se non prepararmi all’atterraggio su un pianeta ignoto. La solitudine non mi pesa, ma certo mi piacerebbe poter parlare con qualcuno di quello che mi attende, anziché ascoltare solo le melense melodie che l’astronave mi propone per intrattenermi.

S’ha un bel dire che la procedura è perfezionata fino all’inverosimile, che l’astronave è perfettamente attrezzata, che nel corso di questo viaggio il cui inizio si perde nella nebbia dei miei ricordi la mia preparazione è stata ottimale, sempre sotto il controllo dei sensori dell’astronave e di strumenti di cui non sono neanche in grado di comprendere la tecnologia. La realtà è che l’ambiente che mi attende mi è completamente estraneo, e che qualunque preparazione, anche lunga mesi (se mesi sono quelli che sto trascorrendo nel viaggio), non può davvero evitare che io mi aspetti uno choc di fronte a un sole, una gravità, un’atmosfera sconosciuti e di cui solo astrattamente posso credere che siano compatibili con la mia fisiologia.

Gli scossoni che da qualche ciclo avverto nel movimento dell’astronave sembrano annunciare l’avvicinamento all’atterraggio. Senza che io debba far nulla, i composti nutrienti che l’astronave mi fornisce sono insensibilmente cambiati per preparare al meglio il mio organismo all’uscita dall’ambiente controllato. La temperatura, se possibile, è salita di qualche decimo di grado, forse per lo stress che questa fase di avvicinamento provoca alla struttura dell’astronave. Ormai è questione di minuti, gli scossoni sono più intensi, ed è arrivato il momento di orientarmi verso il portello pneumatico di uscita. Pronto. ORA.

Lo strappo è violento, e la gravità che trovo, dopo tanto fluttuare, mi sembra fortissima, paralizzante. L’atmosfera al contrario è rarefatta, trasparente, ma più di tutto mi colpisce la luce, abbagliante, dolorosa, che sembra provenire da mille soli. Troppo, è troppo, nessuno può sopravvivere in questo posto, qualcosa è sicuramente andato storto. L’unica speranza è, accecato come sono, ritrovare il portello e rientrare, prima che le residue energie mi abbandonino. Tendo i muscoli, riempio i polmoni, per darmi forza emetto un urlo belluino, primordiale, ma sento che è troppo tardi…

«Accidenti che polmoni, il piccolino! Ora ti pesiamo…»

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La felicità è un’astronave calda

La felicità! Ricordo di averla annusata di sfuggita, neanche troppo anzi. Ci rimasi per un mese. Avevo tolto il mio scafandro e fluttuavo leggero in un abitacolo caldo e accogliente. Avevo perso le speranze e improvvisamente mi ritrovo in orbita, col cuore in gola, senza sapere davvero quando e come sia potuto accadere. Come scriveva quel coglione? Tre metri sopra il cielo? Io ero a ventimila leghe sopra. Come se nel mio innamoramento quarantottenne ci fossero tre sedicenni impazziti al primo struggimento estivo. Avevo dimenticato la gravità. Tutto era perfetto nel silenzioso nulla accadere, nella conferma del mio battito caridaco accelerato, dei suoi seni miei, del mio corpo suo, del letto senza dimensioni, che le dimensioni, si sa, nello spazio si perdono: l’infinito tutto e l’infinito nulla coincidono nell’ordine assoluto, cosmico. Il respiro, l’alimentazione, ogni funzione vitale era regolata da quel nuovo ordine. Ne avevo letto nei fumetti, nei romanzi, nelle canzoni. E io ora navigavo a ventimilaleghe sopra il cielo. Lei forte di una bellezza mai conosciuta prima nel suo essere androide, algido e programmatico nascondeva sotto una perfetta tecnologia l’illusione dell’amore. Era la hostess del treno 2046, era Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell con tanto di culo della Johansson, era il più perfetto programma erotico mai inventato da mente umana. Un mese.
Al 30imo giorno la voce metallica di un droide inceppato.

Signor Casolino, può andare, è stato un errore, non avevamo calcolato le bizze del destino.
Verrà scaravantato col culo a terra al termine dei titoli di coda

Ground Control to Major Tom
Take your protein pills and put your helmet on
Ground Control to Major Tom (ten, nine, eight, seven, six)
Commencing countdown, engines on (five, four, three)
Check ignition and may God’s love be with you (two, one, liftoff)

 

Pubblicato in N04 - la felicità è un'astronave calda

lui alzò gli occhi e la vide

ormai era diventata un’ossessione: pensava a lui continuamente, in tutti gli istanti della giornata. ogni cosa glielo richiamava alla mente: l’andatura di un passante, il colore di un maglione. trovava somiglianze in tutto, persino il tono di voce del commesso al supermercato la faceva sobbalzare.

non era tranquilla, no. per nulla.

certo sì, era innamorata. o lo era stata. il suo profumo l’aveva fatta impazzire, la passione aveva rischiato di travolgerla. anzi l’aveva proprio travolta, ed era cominciato l’incubo.

la porta era chiusa. controllò di nuovo il chiavistello, era di quelli blindati, non c’era modo di aprirlo senza la chiave.

non era al sicuro. doveva essere cauta.

qualsiasi spiraglio è un rischio. bisogna stare attenti e non perdere mai la concentrazione, non sai mai quando potresti fare un passo falso. proprio come il suo cuore, si era illusa, l’aveva lasciato aperto e lui era entrato e l’aveva fatto suo.

girò la casa, le finestre erano tutte ben serrate, le serrande abbassate.

per sua sfortuna abitava al pian terreno. la settimana passata aveva dimenticato un’anta a ribalta aperta, e a sera aveva trovato i suoi capelli sul letto. calze. mutande. oggetti comuni che sconvolgono quando non sono tuoi, quando diventano trofei di chi ha violato i tuoi ambienti. di chi ti controlla, di chi ti ha in pugno: sa dove abiti, sa quando ci sei e quando non ci sei. ecco chi è, che domina la tua vita.

se l’era meritato.

soppresse un brivido e fece un altro giro.

la situazione si stava facendo claustrofobica, ma lei preferiva così. in strada era peggio: in strada era vulnerabile, visibile. quando sei in strada tutti sanno dove sei e quello che stai facendo. come sei vestito. chiunque ne può abusare, chiunque ti può impedire di fare ciò che vuoi.

se non lo sapeva lei.

sul retro, le tende del salotto erano tirate, ma proprio in quel momento un angolo si rialzò. il maledetto gatto le stava scostando dopo essere saltato sul davanzale.

per toglierlo dalla spalliera del divano, lui si girò, alzò gli occhi e la vide.

eccolo, il passo falso. proprio ora! proprio lui. la vide e la guardò.

lei si vide nei suoi occhi: fuori, in strada. sotto la pioggia con i capelli bagnati e il solito sguardo da pazza, a fissarlo sul suo divano. si vide rifiutata, ancora una volta. compatita. disprezzata. lo vide prendere il telefono, e si sentì morire, lo sentì chiamare

-”pronto polizia..

e scappo’.

poteva tornare domani.

Pubblicato in N03 - alzò gli occhi e la vide

Lui alzò gli occhi e la vide

Lui alzò gli occhi e la vide. Cioè, non si stupì di vederla poiché poco prima l’aveva già percepita. L’aveva annusata per l’esattezza: aveva percepito un buon odore, non un profumo ma un odore buono, di animale non minaccioso, proprio l’odore tipico del maglione salmone di lei. Seguendo il fiuto, quindi, alzò gli occhi e la vide. Lui, che stava per prendere un rum, ne ordinò due, lei si voltò e gli disse va bene, ma doveva essere qualcosa di buono. Ma quel rum era la cosa migliore esposta sulle mensole del retrobancone. Si erano parlati pochissimo nel buio, poco prima, avevano pronunciato insieme un nome impronunciabile e lui lo aveva pronunciato sicuramente male. Lei, pronuncia impeccabile, suonava da suo canto un accento di qualche lontana origine. Lui le chiese dove lo avesse preso, lei gli enumerò una serie infinita di luoghi dalla quale era passata e dove aveva vissuto. Sì, lui gli spiritelli irrequieti li riconosceva al fiuto, pensò mentre lei continuava a nomare luoghi e paesi. Lui andava figurandosi l’immagine di qualche semidivinità nordica, con poca magia e molta terra sotto le scarpe. Per quella sera fu talmente abbastanza che pur essendosi presentati lui non riusciva a ricordare il suo nome. Una cosa buffa gli sembrò. Ho presente il profumo, i luoghi, il sorriso ma non riesco a metterci sopra un nome, pensò. Pensò che fosse insufficiente una scatola a forma di nome per lei. Lui in questi pensieri si distrasse, lei se ne accorse, sorrise e si allontanò. Vedendola uscire lui corse fuori, per salutarla, ma non poteva chiamarla perché non ne ricordava il nome. “Hei!” “Ciao!” “A presto!”, niente non riusciva a trovare una formula per richiamare la sua attenzione. Allora le si parò davanti a fermarla “Ciao, mi ha fatto molto piacere conoscerti, ma non ricordo il tuo nome”. Lei sorrise, un poco indispettita e disse: “Ciao Daniele! io sono….” e lui rimase a guardarla mentre si allontanava, avendo già dimenticato il suo nome. Ma non il suo odore di animale giovane e buono e di spezie da viaggio.

Pubblicato in N03 - alzò gli occhi e la vide

il suono dell’inferno

non vedo l’ora di arrivare. sono stata via tanto tempo che letteralmente non sto più nella pelle.

sono eccitatissima, già mi prefiguro nuovi profumi e vestiti, i pettegolezzi con le amiche, i flirt. come una volta. solo che ora ho fatto esperienza. mi sono preparata. so cosa importa, cosa serve veramente per stregare gli uomini e farli innamorare.

ora che torno sarò una regina, nessuno mi saprà resistere.

chissà quante cose sono cambiate dopo tutti questi anni. certo dell’esterno si sa tutto. c’e’ la rete e le informazioni sono ormai globali, ma è roba limitata, descrittiva. piatta. da maschi insomma. solo loro possono pensare a surrogati, a macchine addirittura, per vivere a distanza. senza sentire veramente le cose.

finchè non sei fisicamente in un posto ti mancano le sensazioni quotidiane, le impressioni. non puoi descrivere la vita, devi sentirla. non è un’immagine o una canzone, un romanzo o una lingua straniera. è l’esperienza continuativa e totale delle ore, delle notti.

delle lune, di come si sente il sole e come si fa all’amore. tutti parlano di questi mezzi tecnologici, che non riescono a tradurre il gusto della vita, per quella c’e’ solo l’esperienza personale. le sensazioni.

ho sempre compatito gli uomini e la loro esistenza vuota. non è vera vita, in balia di donne che li manipolano. la loro stupida ingenuità, la mente chiusa e la mancanza di reali sentimenti, la continua vana ricerca di soddisfazione nell’ego, priva del miracolo della comprensione di cosa è veramente importante.

la vita! donare la vita! è il primo motivo per cui ho deciso di trasferirmi. ora finalmente potrò avere dei bambini. sentir crescere una vita dentro, che esperienza inimitabile. l’unica per cui valga la pena vivere.

oh, eccoci qua. finalmente le procedure alla frontiera sembrano concluse. l’attesa è finita! dai, sto arrivando. preparati mondo, arriva l’imperatric

– congratulazioni signora! è un bel maschietto!

Pubblicato in N02 - il suono dell'inferno

Il suono dell’inferno

Questo silenzio.

Un silenzio infernale.

Da quando sei andata via mamma, non c’è più nulla in questa casa.

Non c’è più il pavimento lucido e il tuo zn zn ritmico dello strusciare delle pattine. Ci mettevi due ore ad aprirmi alla porta, zn zn, dlin dlon, zn zn znznzn, acceleravi sempre quando poi bussavo e ti chiamavo da dietro la porta Toc Toc “Mammaaa… apriii, sono io”.

Non c’è più il bollore del caffè che mi preparavi ogni mattina e radiovaticana alle sei con il rosario.

Non ci sono le voci del tg3, tg regione, tg2, tg1 con la loro sequenza loopata di notizie. Non cambiavano neanche più i commentatori ormai. A me sembravano fotocopie. Ma tu, mentre cucinavi e mentre mangiavamo, dovevi vederli tutti. Dicevi che era importane farsi un’opinione personale ascoltando le voci di tutti.

Non c’è più la tua voce, quando borbottavi tra te e te il pomeriggio sulla poltrona, e parlavi col babbo, le zie, e tutto il paradiso. Che erano tutti in paradiso dicevi. Me lo ripetevi sin da piccolo. Da quando babbo ci ha lasciato soli e tu ti sei sempre presa cura di me.

Qui non è il paradiso mamma.

Il paradiso era quando cantavi a sera le tue arie d’opera, la migliore soprano leggera di tutta Isola Liri. Che dicevi che Mastroianni, già grande, si fermava ad ascoltarti di nascosto sotto la tua finestra. Lina l’usignolo. Regina poi ti chiamarono per quell’uso tuo di fare tutto alla finestra come una vera sangue blu. Ti affacciavi e la strada si fermava. A volte ti chiamavano da sotto “Regina, Regina, te serve lu pane?” “Reggì, il latte oggi lo vòi?”

Tutto tace.

Tutto in questo silenzio infernale.

Tutto tranne il frigo. Il frigo dannato che mi mangiava le notti insonni con quel suo STOCC BZZZZ

e quando mi abituavo allo BZZZZZ e cominciavo a riprender sonno, allora mi ridestava con uno STCNT e il silenzio, così alternato di 8 minuti in 8 minuti, che al, se così si può dire, risveglio, sapevo sempre che ora era. Solo il dannato frigo. Ci sono 4 camere in questa casa enorme e vuota ma io dormo da 54 anni nella cameretta attaccata alla cucina, col letto addosso alla stessa parete del frigo. 47 da quando papà non c’è più, ma mi cullava il tuo russare leggero mamma, e il tuo appello che facevi nel sonno: il babbo, le zie e quando finalmente arrivavi al mio nome mi sembrava un abbraccio con tanto di bacio sulla fronte e allora mi addormentavo beato fino al successivo STNCT.

Stanotte non ce l’ho fatta più, sarà stata l’afa estiva o la luna piena mamma, ma ho odiato quel frigo come fosse la persona che ti ha portato via, come fosse il tuo male che voleva attaccarsi a me mamma. L’ho trascinato per tutto il corridoio, sì Mamma le piastrelle sono tutte graffiate ora, ma tanto a te che importa, mi hai lasciato solo qui in questo silenzio assordante, Mamma!

Giù dal pianerottolo dritto in strada, tanto stanotte stanno tutti alla Madonna, che domani è Ferragosto. L’ho spinto giù, fino a imboccare la discesetta che porta al belvedere sul Liri. Mamma, però non volevo, sono scivolato, e il frigo ha preso a pattinare sul selciato come fosse di ghiaccio. Mi sono alzato Mamma, ho corso per fermarlo, ma era un bolide impazzito. L’ho vsto impennarsi sul parapetto e capriolare di sotto dritto nel fiume. Sono sceso dalle scalette di zia Caterina, che l’orto suo finisce prorio in acqua a valle e ho aspettato che la corrente me lo riportasse. Ma il frigo non l’ho più visto Mamma, la luna piena illuminava solo i tuoi resti ancora congelati, per ultima la tua mano, come per salutarmi prima di scomparire nel mulinello delle rapide.

Ora in casa non c’è più neanche il rumore di quel dannato frigo.

Solo un silenzio infernale.

Dormi bene Mamma, buonanotte.immagine-varie-0081.jpg

Pubblicato in N02 - il suono dell'inferno

Martinhalloween

diverso. è diverso da halloween. deve esserlo. i morti sono passati, come i santi.

oggi è san martino. san martin.

san martin xe nda’ in so-fi-iii-ta

a venezia si festeggia così: niente scheletri o demoni, ma gioiosi cori di bambini che echeggiano per le strade. un misto di nebbia e allegria, le luci delle botteghe accese già al tardo pomeriggio, l’ora legale già scordata da tutti. la filastrocca rimbalza qua e la’, mischiandosi al rumore di mestoli e coperchi di pentola, sbattuti in ripetizione con ritmo approssimativo ma fragore assicurato.

d’altronde lo scopo è quello, essere stonati e seccanti, infastidire le commesse. esasperare i negozianti finchè non pagano il giusto tributo in monetine.

par trovar ea so no-vi-sa

mica caramelle. moneta sonante. la tradizione è nata quando i monelli di strada erano poveri e sapevano bene di cosa avevano bisogno. ora è dura capire se esistano ancora i poveri. o i monelli. al giorno d’oggi è permesso tutto. infastidire le commesse! io stesso, oggi. sono monello? sono stato cattivo? per cosa si è cattivi, ormai? sono povero?

so novisa no ghe ge-ee-ra

sto seduto sulle pietre del campo a guardare i ragazzini incerti. contenti di far casino, ma imbarazzati da dover chiedere soldi nei negozi. di non essere in costume per avere l’elemosina di una caramella. di essere in ritardo su halloween e troppo in anticipo su natale per avere i regali. i soldi di stasera se li devono guadagnare. mi chiedo cosa mi sono guadagnato io.

san martin col cuo par te-ra

mi prende la malinconia. non avevo fatto caso, finora, alle peripezie di san martin. banali. terrificanti nella loro quotidianità. a quanto assomiglino ai miei ultimi dieci giorni. la morosa non c’e’ più, sto qui sui marmi, a culo freddo, affamato. senza più risorse, altro che mantello: da quella notte, non sono più rientrato, passo il tempo fuori di casa, senza dormire. ho finito i trenta euro che avevo tre giorni fa e non ho più mangiato da allora.

Tanti ciodi gh’è in sta po-o-rta”

rizzo le orecchie. questa fine della filastrocca non la sentivo da decenni. è quella prevista se una commessa non sgancia. d’altronde, i monomarca di lusso di aziende estere che vuoi che ne sappiano di san martin? non avranno stanziato le monetine per stasera. le commesse giovani e inesperte sanno solo scosciarsi per i ricconi arabi. venezia è una vetrina, un mall di lusso. non sono previsti monelli avidi e rumorosi. le commesse, così carine ed eleganti. così scosciate.

“Tanti diavoli che ve porta”

chi evoca i demoni a san martin? chi può aver ricordato questi versi ai fanciulli? persino le loro madri sono tutte più giovani di me. mi giro cercando nel campo un adulto responsabile ma d’improvviso non c’e’ più nessuno. è buio fitto e la realtà si restringe ai gradini su cui sto seduto. una strana figura incappucciata esce da dietro la statua del leone. facilmente riconoscibile. banale. terrificante. sono certo che non è una maschera: la sua lunga falce getta un’ombra impossibile. la punta si allunga fino al mio cuore. lo sento saltare due volte nel petto, e poi fermarsi.

dovevo aspettarmelo, dopo tutti questi giorni fuori senza cibo, senza dormire. ma come facevo? non sono più riuscito a rientrare in casa. il cadavere di marta è in soffitta,  tra ragnatele e ragni. e sangue essiccato, mescolato a quello della commessa con cui mi ha beccato in flagrante tradimento. lei ha pugnalato la povera rumena stragnocca in rampante carriera, io saltando dal letto l’ho spinta contro una trave. niente di più. banale. terrificante. poi non poteva finire diversamente.

mi sa che quest’anno, halloween si è veramente fusa a san martin.

apro mezzo occhio dal freddo selciato su cui mi sono accasciato, e vedo alcuni passanti affrettarsi verso di me allarmati, ma so che è troppo tardi. sento solo la chiusura della filastrocca

E CHE VE MORA EL PORSEO!

Pubblicato in N01 - san martino, tema da assegnare

Le scarpe di Valeria – Sandali rossi

Valeria serrò le labbra e cercò di deglutire quel poco di saliva che le rimaneva nella bocca asciutta. Sentiva il calore delle lacrime che le stavano nascendo dalla gola risalire lungo il collo, sulle guance e su fino agli occhi fino a colmarli. Non le avrebbe potute trattenere questa volta. Anche se la situazione non era quella giusta, anche se non avrebbe voluto piangere proprio lì, davanti a loro, nel bel mezzo della pizzeria piena di gente.

Il padre del bambino era ancora dietro di loro, cercava di calmarlo tenendolo stretto con tutte e due le braccia, per lasciare che la sua rabbia defluisse e che tutto tornasse ad una precaria normalità. Del resto era chiaro che quella non era la prima volta che accadeva una cosa del genere.

“Dovete scusare mio figlio” aveva detto mortificato guardando Valeria, “si arrabbia perché non riesce a giocare con gli altri bambini”. Valeria, ancora piuttosto scossa, era solo riuscita a dire al bambino, con un nodo nella voce, “Non ti preoccupare, non è successo niente”. Mentre lui guardava altrove, sbattendo forte i denti, gli occhi bui. Assente.

Si passò le dita sulla caviglia dolorante cercando di capire dove fosse finita la scarpa. Senza il minimo preavviso il bambino si era allontanato dall’area giochi lasciando i chiassosi coetanei, le si era avvicinato alle spalle e gettandosi sotto al tavolo le aveva afferrato il sandalo rosso per strapparglielo dal piede, con una forza insospettabile si era così attaccato con unghie e denti alla sua caviglia. Se non ci fosse stata tanta violenta disperazione in quel gesto, si sarebbe quasi potuto riderne. Gli amici al tavolo erano attoniti, qualcuno aveva cercato di sdrammatizzare la scena surreale con una battuta qualunque che scivolò sull’orecchio sinistro di Valeria, per finire nella bufalina che il cameriere le aveva appena posato davanti. Corrado la guardava in silenzio, dall’altro capo del tavolo. Era come se lui sapesse quello che stava provando in quel momento. Valeria lo avvertiva con chiarezza. Gli altri la conoscevano da tempo, certo, ma con Corrado era diverso, il livello a cui comunicavano era superiore, nettamente. Gli era bastato uno sguardo per capirla.

A Valeria invece era bastata la coscienza dello sguardo di lui per sentirsi gonfiare dentro e realizzare che era impossibile trattenere le lacrime e fingere indifferenza. Non con Corrado lì davanti. Non dopo avere visto gli occhi del bambino. Quindi si arrese. E pianse. Sentiva gli occhi di Corrado addosso, sentiva che le sue sciocche lacrime le avrebbe comprese solo lui. Sentiva che avrebbe solo voluto piangere sulla sua spalla. Per placarsi, per colmare quell’antico dolore che si apriva alla bocca dello stomaco e tornava a dilagare in tutto il corpo. Ma non lo guardò. Non lo guardò mai. Nemmeno quando gli altri la cercavano di consolare chiedendole se aveva dolore o se aveva bisogno di bere dell’acqua e non lo guardò nemmeno quando il cameriere

arrivò dicendo che il padre del bambino aveva pagato il loro conto per scusarsi dell’accaduto e Corrado si era alzato per andare a parlargli e ringraziarlo o semplicemente dirgli che non doveva, che avevano capito la situazione. Insomma pianse. E non fu un pianto liberatorio, uno di quelli che fai quando i nervi cedono e le emozioni sono troppe per starsene tutte schiacciate dentro al petto. No. Quel pianto, era un canto di solitudine. Un canto di dolore riemerso da lontano, schiacciato in fondo, nel cassone dei ricordi.

La scarpa era finita sotto ad una sedia del tavolo accanto al loro, Costanza la vide per prima e si alzò per recuperarla. “E’ proprio un bel sandalino rosso, dove lo hai preso?” chiese a Valeria cercando di coprire il silenzio in quella che doveva essere un’allegra pizzata tra amici.

A Valeria comparve davanti la sagoma di lei. Alta e scura. Le piaceva vestirsi di nero, con abiti ampi e gitani, grandi orecchini colorati e collane monolitiche. “Prendili ti prego. Ti stanno da dio.”. “Solo se li prendi anche tu.”. “Mio dio ma sono rossi!”. “Il rosso è il colore di questa vacanza andalusa un po’ pazza, non trovi?”. E ridendo, li presero. Quanto ridevano insieme, loro due. Da quel giorno a Siviglia, non l’aveva più vista. Le faceva ancora così male pensarci. Eppure quei sandali li metteva spesso, anche dopo tutti quegli anni, quasi a non volersi mai perdonare fino in fondo, quasi a non volerlo mai seppellire del tutto nella memoria, quel piccolo dolore irrisolto.

Le sue fughe, i pianti isterici, le crisi di panico, le risate, le sbronze, gli uomini lasciati e ripresi, i continui licenziamenti, le profonde depressioni in cui ricadeva, ciclicamente. E Valeria che non poteva che amarla. Era una di quelle persone che si amano da subito. O si odiano. Da subito. Lei l’aveva amata dal primo istante, nonostante non fosse affatto facile amarla. Che esserle amica significava ogni giorno soffrire con lei delle sue angosce, ogni giorno cercare di convincerla che i suoi mostri non erano che fuochi di paglia. E nonostante tutto vederla sprofondare in un abisso di paranoie e psicofarmaci senza poterci fare nulla, se non continuare ad amarla e ad osservare inerme, tra le sfuriate, le incoerenze e la sua grande fragilità. E non c’è più ingiusta punizione dell’impotenza, per chi ama. Poi la sua esplosione di violenza, proprio lì, in quello che doveva essere il loro viaggio. Quelle insensate accuse gridate dalla voce della disperazione, dalla voce di chi per proteggersi distrugge chi lo ama, di chi per salvarsi fa piazza pulita, devasta e annienta, lasciandosi solo polvere alle spalle. Così era andata. E i sandaletti rossi erano rimasti l’ultimo gesto che le ricordava unite. Quando all’aeroporto si salutarono freddamente, Valeria non lo sapeva che Carla era incinta. No, non lo sapeva.

Per lungo tempo non seppe più nulla di lei. L’aveva cercata una sola volta, sperando la sua follia di dolore fosse scemata e che potesse capire che lei voleva solo esserle vicina, aiutarla ancora, se mai possibile. Ma la sua chiusura e la sua rabbia erano ancora le stesse e Valeria dovette prendere atto che a Carla non faceva più bene la

sua vicinanza. Così sparì. Non chiese di lei a nessuno, non ne parlò con nessuno, faceva troppo male ricordare quel giorno. Tutta quella cieca disperazione, tutto quel male che era uscito e si era rovesciato su di lei, senza un senso. Eppure si sentiva in colpa. Forse perchè non aveva saputo aiutarla, forse perchè non aveva saputo amarla. Mai abbastanza. Ed ora era tardi.

Solo una volta, qualche anno dopo, seppe da un amico comune che Carla era scomparsa due anni prima, lasciando l’uomo che l’aveva messa incinta con il bambino di appena tre anni. E non era la prima volta che accadeva, la prima lui aveva solo qualche settimana e lei era sparita per oltre un mese. Quando la ritrovarono era in uno stato di depressione tale che la dovettero ricoverare in clinica per parecchio tempo. Un bambino speciale le disse anche, l’amico comune, e dalla sua espressione non c’era dubbio a che cosa si riferisse.

Corrado la stava ancora guardando, dall’altro capo del tavolo. Lui era forse l’unica persona al mondo a cui avrebbe potuto raccontare di Carla. Chissà se ne avrebbe avuto mai l’occasione. E mentre si riallacciava il sandaletto rosso rispondendo a Costanza con un sorriso tirato, ebbe un’idea strana. Forse quella scarpa con i suoi ricordi, forse quel bambino, forse Corrado con cui non riusciva mai a fingere, forse quella stessa violenza, quella stessa disperazione distruttiva e distruttrice, forse quelle lacrime che erano sgorgate così inaspettate.

Corrado la guardava e capiva, lui capiva tutto, senza sapere, lui capiva. E quello sguardo che lei ora decise di incontrare le disse che era il momento.

Come la faccia ancora bagnata dalle lacrime e il cuore gonfio di certezza si alzò dalla sedia. Gli amici la guardavano, Corrado le sorrideva. Lei puntò dritta verso l’area giochi, dove il padre e il bambino si erano diretti poco prima. Arrivò alle sue spalle, si sfiló i sandali rossi e con tutte e due le mani aperte, li porse al bambino.

Il suo sorriso bastò.

Valeria girò sui suoi talloni scalzi e si diresse verso casa.

Lui, lo sapeva bene, l’avrebbe seguita. E sulla sua spalla avrebbe finalmente
colmato il suo pianto.

Pubblicato in tema da assegnare